Pagina:Iliade (Monti).djvu/500

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v.456 libro decimottavo 167

Se non t’arreco in prima io qui d’Ettorre,
Del tuo crudo uccisor l’armi e la testa;
E dodici d’illustri iliaci figli
Troncheronne davanti alla tua pira.
Giaci intanto così, caro compagno,460
Qui presso alle mie navi; e le troiane
E le dardanie ancelle il largo seno
Tutte discinte intorno al tuo ferétro
Notte e dì faran pianto, e ploreranno.
Esse ne fur comun fatica e preda465
Quando noi colla forza e colle lunghe
Aste domando le nemiche genti
L’opime n’atterrammo ampie cittadi.
   Ciò detto, comandò l’almo Pelíde
Che dai compagni al fuoco si ponesse470
Sul tripode un gran vaso, onde veloci
Di Patroclo lavar la sanguinosa
Tabe. E quelli sul fuoco in un baleno
Atto ai lavacri collocaro un bronzo,
E v’infusero l’onda, e di stecchiti475
Rami di sotto alimentâr la fiamma.
Abbracciavan le vampe mormorando
Del vaso il ventre, e rotto in sottil fumo
Scaldavasi l’umor. Poichè nel cavo
Rame la linfa al suo bollor pervenne,480
Diersi il corpo a lavar: l’unser di pingue
Felice oliva, e le ferite empiero
Di balsamo novenne. Indi al funébre
Letto renduto, dalla fronte al piede
In sottil lino avvolserlo, e superno485
Un bianco panno vi spiegâr. Ciò fatto,
Tornaro ai pianti, e intorno al mesto Achille
Tutta in lamenti consumâr la notte.
   Giove in questo alla sua moglie e sorella