Pagina:Iliade (Monti).djvu/51

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40 iliade v.415

Pigolanti. Plorava i dolci figli415
La madre intanto, e svolazzava intorno
Pietosamente; finchè ratto il serpe
Vibrandosi afferrò la meschinella
All’estremo dell’ala, e lei che l’aure
Empiea di stridi, nella strozza ascose.420
Divorata co’ figli anco la madre,
Del vorator fe’ il Dio che lo mandava
Nuovo prodigio; e lo converse in sasso.
Stupidi e muti ne lasciò del fatto
La meraviglia, e a noi, che dell’orrendo425
Portento fra gli altari intervenuto
Incerti ci stavamo e paventosi,
Calcante profetò: Chiomati Achivi,
Perché muti così? Giove ne manda
Nel veduto prodigio un tardo segno430
Di tardo evento, ma d’eterno onore.
Nove augelli ingoiò l’angue divino,
Nov’anni a Troia ingoierà la guerra,
E la città nel decimo cadrà.
Così disse il profeta, ed ecco omai435
Tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque
Perseverate, generosi Achei,
Restatevi di Troia al giorno estremo.
   Levossi a questo dire un alto grido,
A cui le navi con orribil eco440
Rispondean, grido lodator del saggio
Parlamento d’Ulisse. Ed incalzando
Quei detti il vecchio cavalier Nestorre,
Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro
Parole intesi di fanciulli a cui445
Nulla cal della guerra. Ove n’andranno
I giuramenti, le promesse e i tanti
Consigli de’ più saggi e i tanti affanni,