Pagina:Iliade (Monti).djvu/558

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v.389 libro ventesimoprimo 225

Nè alle navi tornar che spento Ettorre:
Noi ti daremo di sua morte il vanto.390
   Disparvero, ciò detto, e ai congiurati
Numi tornâr. Riconfortato Achille
Dal celeste comando, in mezzo al campo
Precipitossi. Il campo era già tutto
Una vasta palude in cui disperse395
De’ trafitti nuotavano le belle
Armature e le salme. Alto al Pelíde
Saltavano i ginocchi, ed ei diretto
La fiumana rompea, che a rattenerlo
Più non bastava: perocchè Minerva400
Gli avea nel petto una gran forza infuso.
Nè rallentò per questo lo Scamandro
Gl’impeti suoi, ma più che pria sdegnoso
Contro il Pelíde sollevossi in alto
Arricciando le spume, e al Simoenta,405
Destandolo, gridò queste parole:
   Caro germano, ad affrenar vien meco
La costui furia, o le dardánie torri
Vedrai tosto atterrate, e tolta ai Teucri
Di resister la speme. Or tu deh corri410
Veloce in mio soccorso, apri le fonti,
Tutti gonfia i tuoi rivi, e con superbe
Onde t’innalza e tronchi aduna e sassi,
E con fracasso ruotali nel petto
Di questo immane guastator che tenta415
Uguagliarsi agli Dei. Ben io t’affermo
Che nè bellezza gli varrà, nè forza,
Nè quel divin suo scudo che di limo
Giacerà ricoperto in qualche gorgo
Voraginoso. Ed io di negra sabbia420
Involverò lui stesso, e tale un monte
Di ghiaia immenso e di pattume intorno