Pagina:Iliade (Monti).djvu/579

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246 iliade v.285

Qui sóstati e respira. Andronne io stessa285
Al tuo nemico, e metterogli in core
Di venir teco a singolar conflitto.
   Obbedì, s’appoggiò lieto al ferrato
Suo frassino il Pelíde, e dipartita
Da lui la Diva, al volto, alla favella290
Dëífobo si fece, e all’anelante
Ettor venuta, O mio german, dicea,
Troppo costui dintorno a queste mura
Con piè ratto t’incalza e ti travaglia.
Or via restiamci, e difendiamci a fermo.295
   Rispose Ettór: Dëífobo, di quanti
Mi diè fratelli Prïamo ed Ecúba,
Sempre il più caro tu mi fosti, ed ora
Lo mi sei più che prima, e più mi traggi
Ad onorarti, perocchè tu solo300
Da quelle mura osasti a mia difesa,
Tu solo uscir, veduto il mio periglio.
   Fratello amato, replicò la Diva,
I venerandi genitori, e tutti
Stringendosi gli amici a’ miei ginocchi305
Di non uscire mi pregâr, cotanto
Terror gl’ingombra: ma l’interno vinse,
Che per te mi struggea, fiero dolore.
Combattiam dunque arditamente, e nullo
Sia più d’aste risparmio, onde si vegga310
S’egli, noi spenti, tornerà di nostre
Spoglie onusto alle navi, o se piuttosto
Qui cadrà per la tua lancia trafitto.
   Sì dicendo, la Diva ingannatrice
Precorse, e quelli l’un dell’altro a fronte315
Divenuti, primier l’armi crollando
Fe’ questi detti l’animoso Ettorre:
   Più non fuggo, o Pelíde. Intorno all’alte