Pagina:Iliade (Monti).djvu/584

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v.454 libro ventesimosecondo 251

La tua madre ti pianga. Io vo’ che tutto
Ti squarcino le belve a brano a brano.455
   Ben lo previdi che pregato indarno
T’avrei, riprese il moribondo Ettorre.
Hai cor di ferro, e lo sapea. Ma bada
Che di qualche celeste ira cagione
Io non ti sia quel dì che Febo Apollo460
E Paride, malgrado il tuo valore,
T’ancideranno su le porte Scee.
   Così detto, spirò. Sciolta dal corpo
Prese l’alma il suo vol verso l’abisso,
Lamentando il suo fato ed il perduto465
Fior della forte gioventude. E a lui,
Già fredda spoglia, il vincitor soggiunse:
   Muori; chè poscia la mia morte io pure,
Quando a Giove sia grado e agli altri Eterni,
Contento accetterò. Così dicendo,470
Svelse dal morto la ferrata lancia,
In disparte la pose, e dalle spalle
L’armi gli tolse insanguinate. Intanto
D’ogn’intorno v’accorsero gli Achivi
Contemplando d’Ettór maravigliosi475
L’ammirande sembianze e la statura;
Nè vi fu chi di fargli una ferita
Non si godesse, al suo vicin dicendo:
Per gli Dei, che a toccarsi egli s’è fatto
Più tenero che quando arse le navi:480
E in questo dir coll’asta il ripungea.
   Spoglio ch’ei l’ebbe, fra gli astanti Achei
Ritto Achille parlò queste parole:
Amici e prenci e capitani, udite.
Poichè diermi gli Dei che domo alfine485
Costui ne fosse, che d’assai più nocque
Che gli altri tutti insieme, alla cittade