Pagina:Iliade (Monti).djvu/585

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252 iliade v.488

Volgiam l’armi, e vediam se, spento Ettorre,
Fanno i Teucri pensier d’abbandonarla,
O, benchè privi di cotanto aiuto,490
Coraggiosi resistere.... Ma quale
Vano consiglio mi ragiona il core?
Senza pianto sul lido e senza tomba
Giace il morto Patróclo. Insin che queste
Mie membra animerà soffio di vita,495
Ei fia presente al mio pensiero; e s’anco
Laggiù nell’Orco obblivïon scendesse
Della vita primiera, anco nell’Orco
Mi seguirà del mio diletto amico
La rimembranza. Or via, dunque si rieda500
Alle navi, e costui vi si strascini.
E voi frattanto, giovinetti achivi,
Intonate il peana: alto è il trïonfo
Che riportammo: il grande Ettór, dai Teucri
Adorato qual nume, è qui disteso.505
   Disse, e contra l’estinto opra crudele
Meditando, de’ piè gli fora i nervi
Dal calcagno al tallone, ed un guinzaglio
Insertovi bovino, al cocchio il lega,
Andar lasciando strascinato a terra510
Il bel capo. Sul carro indi salito
Con l’elevate glorïose spoglie,
Stimolò col flagello a tutto corso
I corridori che volâr bramosi.
Lo strascinato cadavere un nembo515
Sollevava di polve onde la sparta
Negra chioma agitata e il volto tutto
Bruttavasi, quel volto in pria sì bello,
Allor da Giove abbandonato all’ira
Degl’inimici nella patria terra.520
   All’atroce spettacolo si svelse