Pagina:Iliade (Monti).djvu/587

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254 iliade v.556

Tu se’ morto, ed io vivo? io giunta al sommo
Delle sventure te perdendo, ahi lassa!
Te che in ogni momento eri la mia
Gloria e il sostegno della patria tutta
Che t’accogliea qual nume. Ahi! ne saresti,560
Vivo, il decoro; e ne sei, morto, il lutto.
   Seguía questo parlar di pianto un fiume.
Ma del fato d’Ettór nulla per anco
Andrómaca sapea, chè nullo a lei
Del marito rimasto anzi alle porte565
Recato avea l’avviso. Nell’interne
Regie stanze tessendo ella si stava
A doppie fila una lucente tela
Di diverso rabesco. E per suo cenno
Avean frattanto le leggiadre ancelle570
Posto un tripode al fuoco, onde al consorte
Pronto fosse, al tornar dalla battaglia,
Caldo un lavacro. Non sapea, demente!
Che da’ lavacri assai lungi domato
L’avea Minerva per la man d’Achille.575
   Ma come dalla torre un suon confuso
D’ululi intese e di lamenti, tutte
Le tremaro le membra, al suol le cadde
La spola, e volta alle donzelle, disse:
Accorrete sollecite, seguitemi580
Due di voi tosto: vo’ veder che avvenne.
Dell’onoranda suocera la voce
Mi percuote l’orecchio, e il cor mi balza
Con sussulto nel petto, e manca il piede.
Certo, qualche gran danno, ohimè! sovrasta585
Di Príamo ai figli. Allontanate, o numi,
Questo presagio: ma ben forte io temo
Che il divo Achille all’animoso Ettorre
Non abbia del salvarsi entro le mura