Pagina:Iliade (Monti).djvu/594

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v.53 libro ventesimoterzo 261

Giurò: Non sia per Giove ottimo e sommo
Che lavacro mi tocchi anzi ch’io ponga
L’amico mio sul rogo, e gli consacri55
Sull’eretto sepolcro il crin reciso.
Ah! mai pari dolor, fin ch’io mi viva,
In questo petto non cadrà, giammai.
Nondimeno si segga all’abborrita
Mensa: ma tu, supremo Atride, imponi60
Alla tua gente che domán per tempo
Molta selva qua porti; e qual conviensi
Ad illustre defunto che nell’atra
Notte discende, le cataste appresti,
Onde rapido il foco lo consumi,65
E tolto agli occhi il doloroso obbietto,
Tornin le schiere ai consueti offici.
   Obbedîr tutti al detto, e prontamente
Poste le mense, a convivar si diero,
E vivandò ciascuno a suo talento.70
Del cibarsi e del ber spenta la voglia,
Tutti sbandârsi alle lor tende, e al sonno
Cesser le membra. Ma del mar sonante
Lungo il lido si stese in mezzo ai folti
Tessali Achille su la nuda arena,75
Di cui l’onda gli estremi orli lambía.
Ivi stanco di gemiti e sospiri
E della molta in perseguendo Ettorre
Sostenuta fatica, il dolce sonno
Alleggiator dell’aspre cure il prese,80
Soavemente circonfuso. Ed ecco
Comparirgli del misero Patróclo
In visïon lo spettro, a lui del tutto
Ne’ begli occhi simíle e nella voce,
Nella statura, nelle vesti, e tale85
Sovra il capo gli stette, e così disse: