Pagina:Iliade (Monti).djvu/596

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v.121 libro ventesimoterzo 263

Gli rispose il Pelíde; e a che m’ingiungi
Partitamente queste cose? Io tutto
Che comandi farò: ma deh t’appressa,
Ch’io t’abbracci, chè stretti almen per poco
Gustiam la trista voluttà del pianto.125
   Così dicendo, coll’aperte braccia
Amoroso avventossi, e nulla strinse,
Chè stridendo calò l’ombra sotterra,
E svanì come fumo. In piè rizzossi
Sbalordito il Pelíde, e palma a palma130
Battendo, in suono di lamento disse:
   Oh ciel! dell’Orco gli abitanti han dunque
Spirito ed ombra, ma non corpo alcuno?
Del misero Patróclo in questa notte
Sovra il capo mi stette il sospiroso135
Spettro piangente, tutto desso al vivo,
E più cose m’ingiunse ad una ad una.
   Ridestâr delle lagrime la brama
Queste parole: raddoppiossi il lutto
Sul miserando corpo, e l’Alba intanto140
Col roseo dito l’Orïente apría.
   Da tutte parti allor fece l’Atride
Dalle trabacche uscir giumenti e turbe
Per lo trasporto del funereo bosco,
Duce il valente Merïon, del prode145
Idomenéo scudier. Givan costoro
Di corde armati e di taglienti scuri
Co’ giumenti dinanzi. E per distorti
Aspri greppi montando e discendendo
E rimontando, agli erti boschi alfine150
Giunser dell’Ida che di fonti abbonda.
Qui dier súbita man con affilate
Bipenni al taglio dell’aeree querce
Che strepitose al suol cadeano, e poscia