Pagina:Iliade (Monti).djvu/634

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v.252 libro ventesimoquarto 301

Che ne senti? A quel campo, a quelle tende
Certo mi spinge fortemente il core.
   Ululò la consorte, e gli rispose:
Misera! ahi dove ti fuggì quel senno255
Che alle tue genti e alle straniere un giorno
Glorïoso ti fea? Solo alle navi
Inimiche avvïarti? esporti solo
Alla presenza di colui che tanti
Figli t’uccise? oh cuor di ferro! e quale,260
S’ei ti scopre, se cadi in suo potere,
Qual mai pietade o riverenza speri
Da quell’alma crudele e senza fede?
Deh piangiamlo qui soli. Era destino
Dalle Parche filato all’infelice,265
Quand’io meschina il partorii; che lungi
Dai genitori satollar dovesse
D’un barbaro i mastini. Oh potess’io
Stretto tenerne fra le mani il core,
E strazïarlo, divorarlo! Allora270
Del mio figlio saría sconta l’offesa,
Ch’ei da codardo non morì, ma in campo
Per la patria pugnando, e fermo il piede,
Senza smarrirsi o declinar la fronte.
   Cessa, il vecchio riprese: il mio partire275
È risoluto; non mi far ritegno,
Non volermi tu stessa esser funesta
Auguratrice: il distornarmi è vano.
Se mi desse un mortal questo comando,
O aruspice o indovino o sacerdote,280
Lo terremmo menzogna, e spregeremmo:
Ma vidi io stesso, io stesso udii la Diva.
Dunque si vada, ed obbediam. Se il Fato
Vuol che fra’ Greci io pera, io pure il voglio.