Pagina:Iliade (Monti).djvu/655

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322 iliade v.964

Gli altri miei figli; e tu dal suo spietato
Ferro trafitto, e tante volte intorno965
Strascinato alla tomba dell’amico
Che gli prostrasti (nè per questo in vita
Lo ritornò), tu fresco e rugiadoso
Or mi giaci davanti, e fior somigli
Dai dolci strali della luce ucciso.970
   A questo pianto rinnovossi il lutto,
Ed Elena fe’ terza il suo lamento:
   O a me il più caro de’ cognati, Ettorre,
Poichè il Fato mi trasse a queste rive
Di Paride consorte! oh morta io fossi975
Pria che venirvi! Venti volte il Sole
Il suo giro compì da che lasciato
Ho il patrio nido, e una maligna o dura
Sola parola sul tuo labbro io mai
Mai non intesi. E se talvolta o suora980
O fratello o cognata, o la medesma
Veneranda tua madre (chè benigno
A me fu Príamo ognor) mi rampognava,
Tu mansueto, con dolce ripiglio
Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.985
Quind’io te piango e in un la mia sventura,
Chè in tutta Troia io non ho più chi m’ami
O compatisca, a tutti abbominosa.
   Così sclamava lagrimando, e seco
Il popolo gemea. Si volse alfine990
Príamo alla turba, e favellò: Troiani,
Si pensi al rogo. Andate, e dalla selva
Qua recate il bisogno, nè vi prenda
Timor d’insidie. Mi promise Achille,
Nel congedarmi, di non farne offesa995
Anzi che spunti il dodicesmo Sole.
   Disse; e muli e giovenchi in un momento