Pagina:Iliade (Monti).djvu/83

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72 iliade v.285

Benché d’anni minor. Quando poi surse285
L’itaco duce a ragionar, lo scaltro
Stavasi in piedi con lo sguardo chino
E confitto al terren, nè or alto or basso
Movea lo scettro, ma tenealo immoto
In zotica sembianza, e un dispettoso290
Detto l’avresti, un uom balzano e folle.
Ma come alfin dal vasto petto emise
La sua gran voce, e simili a dirotta
Neve invernal piovean l’alte parole,
Verun mortale non avrebbe allora295
Con Ulisse conteso; e noi ponemmo
La maraviglia di quel suo sembiante.
   Qui vide un terzo il re d’eccelso e vasto
Corpo, ed inchiese: Chi quell’altro fia
Che ha membra di gigante, e va sovrano300
Degli omeri e del capo agli altri tutti? -
Il grande Aiace, rispondea racchiusa
Nel fluente suo vel la día Lacena,
Aiace, rocca degli Achei. Quell’altro
Dall’altra banda è Idomenéo: lo vedi?305
Ritto in piè fra’ Cretensi un Dio somiglia,
E de’ Cretensi gli fan cerchio i duci.
Spesso ad ospizio nelle nostre case
L’accolse Menelao, ben lo ravviso,
E ravviso con lui tutti del greco310
Campo i primi, e potrei di ciascheduno
Dir anco il nome: ma li due non veggo
Miei germani gemelli, incliti duci,
Cástore di cavalli domatore,
E il valoroso lottator Polluce.315
Forse di Sparta non son ei venuti;
O venuti, di sè nelle battaglie