Pagina:Iliade (Romagnoli) I.djvu/244

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460-489 CANTO VIII 189

in un’orrenda stretta, di Patroclo presso alla salma:
cosí vuole il destino. Di te, della furia che t’arde,
pensiero io non mi do, neppur se agli estremi confini
del mare e della terra tu giunga, ove Crono e Giapeto
seggon, né quivi li allieta del Sol ch’alto valica il raggio,
né lo spirar dei venti, ma il Tartaro fondo li cinge:
neppur se quivi tu, vagando, giungessi, pensiero
non mi darei di te: ché di te non c’è altra più cagna».
     Disse. Né motto rispose la Dea dalle candide braccia.
E nell’Ocèano cadde la lucida vampa del Sole,
la negra notte sopra le zolle feraci traendo.
Cara ai Troiani non fu la luce, sparendo; ma cara
giunse la fosca notte, tre volte invocata, agli Argivi.
     Ettore fulgido, allora, raccolse i guerrieri Troiani
sul vorticoso fiume, lontan dalle navi, in un luogo
libero, dove sgombro di salme appariva uno spazzo.
Qui dai cavalli a terra balzarono, e udîr le parole
ch’Ettore, ai Numi caro, diceva. Stringeva la lancia
d’undici cubiti, in pugno: splendeva la punta di bronzo
in cima, e la cingeva, foggiato ne l’oro, un anello.
Poggiato a questa, tali parole rivolse ai Troiani:
«Udite, o voi Troiani, voi Dàrdani, e tutti, o alleati.
Or credevamo che ad Ilio ventosa tornati saremmo
dopo distrutte tutte le navi con tutti gli Achivi;
ma prima è sopraggiunta, purtroppo, la tènebra; e salvi
fatti ha gli Achivi e i legni sovressa la spiaggia del mare:
ora, alla negra notte conviene che pur ci rendiamo.
Dunque, apprestate la cena, sciogliete i chiomati cavalli
di sotto i cocchi, ad essi dinanzi ponete la biada,
e dalla rocca bovi recate, con pecore pingui,