Pagina:Iliade (Romagnoli) II.djvu/178

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230-259 CANTO XIX 175


e quanti poi scampare possiamo alla guerra odiosa,
alle bevande e al cibo pensare dobbiam, si che, saldi
sempre di più, senza tregua si possa affrontare il nemico,
cinti d’indòmito bronzo le membra, né alcuno più indugi,
novello incitamento che a pugna lo sproni attendendo.
L’incitamento questo sarà: — Sciagurato colui
che resterà presso i legni d’Acaia! Scagliamoci stretti,
e contro i Teucri di nuovo sia desta la furia nemica —».
Disse. E compagni prese di Nèstore illustre i figliuoli,
con Merióne, Toante, Megète, figliuol di Filèo,
e Melanippo, e il prò’ di Creonte figliuol Licomede.
Mossero tutti alla tenda del sire Agamènnone; e quivi
con le parole insieme, compiuti seguirono i fatti.
Fuor dalla tenda, sette recarono tripodi, quelli
che avea promessi, e venti lucenti lebeti, e corsieri
dodici, e sette donne maestre d’ogni opera bella:
ottava era la figlia di Brise, dal volto vezzoso.
Dieci talenti d’oro pesò quindi Ulisse; ed a capo
si pose del corteo, seguir gli altri giovani Achivi.
in mezzo all’assemblea deposero i doni; ed in piedi
surse l’Atride; e Taltibio, che aveva la voce d’ un Nume,
un apro fra le braccia stringendo, lo porse al sovrano.
E allora, strinse il figlio d’Atrèo, fuori trasse la daga,
che della spada presso la grande guaina pendeva,
le setole dell’apro recise, ed a Giove levate
le mani, lo pregò. Ciascuno al suo posto, gli Argivi
stàvano muti, com’era dovere, ascoltando il sovrano.
Ed ei pregò, le luci volgendo alla volta celeste:
« Giove per primo sappia, ch’è il sommo e il migliore fra i Numi,
sappian la Terra, il Sole, l’Erinni, che sotto la terra