Pagina:Iliade (Romagnoli) II.djvu/18

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350-379 CANTO XIII 15


Posidone eccitava gli Achei, ché fra lor s’era spinto,
nascostamente emerso dal mare spumoso: gran cruccio
gli era, vederli fiaccati cosí dai Troiani, grande ira
l’ardeva contro Giove. Entrambi d’ un sangue e d’ un padre
eran; ma prima Giove nato era, e sapeva più cose;
per questo, a viso aperto non dava soccorso agli Achivi;
ma, forma d’uomo assunta, di furto eccitava le schiere.
Della feroce contesa, cosi, della guerra implacata
l’attorta fune tesa tenevan sugli uni e sugli altri,
che non si frange né scioglie, che a tanti fiaccò le ginocchia
Quivi, sebbene già mezzo canuto, eccitando gli Achivi,
Idomenèo, sui Troiani piombando, li volse alla fuga:
ch’egli Otrïóne uccise, venuto da Càbeso ad Ilio:
venuto era, all’annunzio di guerra, da poco; e chiedeva
la più bella fra tutte le figlie di Priamo, Cassandra;
né prometteva doni, ma compiere grande una gesta:
scacciare a forza lungi da Troia i figliuoli d’Acaia.
Il vecchio Priamo diede consenso, e promise la figlia;
ed ei, nella promessa fidente del re, combatteva.
Idomenèo lo tolse di mira con l’asta fulgente,
e lo colpi, che avanzava superbo. L’ usbergo di rame
non gli bastò, ch’ei portava: lo colse nel mezzo del ventre:
piombò, diede un rimbombo. Vantandosi, l’altro proruppe:
« Otrionèo, fra quanti son gli uomini tutti io ti esalto,
se veramente tutte saprai mantener le promesse
che a Priamo re facesti, quand’ei ti promise la figlia.
Farti potremmo anche noi, mantenere anche noi la promessa
di dare a te la figlia più bella del figlio d’Atrèo,
dartela sposa, qui condurtela d’Argo, se d’ Ilio
la popolosa città coi Dànai espugnare vorrai.