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d’ogni bruttura tergea, lo cingeva con l’ ègida d’oro,
mentre ei lo trascinava, perché straziato non fosse.
Nella sua furia, cosi, strazio d’ Ettore Achille faceva.
E n’ebbero pietà, vedendolo, i Numi d’Olimpo,
e invito all’Argicida facevan, perché lo involasse.
Fu tale avviso a tutti gradito; ma spiacque alla sposa
di Giove, e all’occhiazzurra Fanciulla, e al Signore del ponto:
serbavano essi l’ira concetta contro Ilio, ed il sire
Priamo, e la gente d’ Ilio, per colpa di Pàride, quando
egli le Dive offese, venute a cercarlo all’ovile,
e quella esso prescelse che offerta gli fe’ del piacere.
Or, poi che da quel giorno spuntarono dodici aurore,
Apollo Febo queste parole rivolse ai Celesti:
« Tristi voi siete, o Dei, maligni: non v’arse abbastanza
Ettore un giorno cosce di bovi e di capre perfette?
Or non vi basta il cuore, neppur dopo morto, a salvarlo,
si che la sposa lo veda, lo vedano il figlio e la madre,
e Priamo il padre, e tutta la gente di Troia, che il corpo
presto arderebbero, e a lui renderebbero pubblici onori.
Ma sempre aiuto, o Numi, voi date al crudele Pelide,
che pur, viscere umane non ha, non ha cuore nel petto
che si commuova: egli ha d’ un leone l’istinto selvaggio,
che, come lo consiglia l’intrepido cuore e l’immane
forza, sovresse le greggi s’avventa, per farne suo pasto:
similemente, Achille pietà non ha pili, né ritegno
che pei mortali è fonte di mali ed è fonte di beni.
Altri, sovente, persona più cara perde’ d’ un amico,
od un fratello nato da un grembo medesimo, o un figlio j
eppur, quando esso ha pianto, gemuto, si placa alla fine:
ché paziente cuore concesser le Parche ai mortali;