Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/55

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Sorrise cinicamente, mostrando sul viso tutte le malvagie passioni della sua anima: si guardò allo specchio, accese una sigaretta e preso il cappello, lasciò senza un rimpianto, un rimorso quella casa, dove aveva fatta una vittima, infranto dolcemente, con una mostruosa menzogna, un povero cuore. Salì nella prima vettura vuota che incontrò e si fece condurre al palazzo del conte Patta. Questi non si trovava in casa, ma il giovane con la famigliarità che gli era abituale, si diresse all’appartamento di Adriana.

La giovinetta era nel suo salotto da studio, allorchè la cameriera l’avvertì che il suo fidanzato chiedeva di salutarla.

Adriana represse un movimento di disgusto e rispose asciuttamente:

— Venga pure.

Diego entrò sorridente e presa la mano che la giovine gli tendeva, la portò con galanteria alle labbra.

Adriana non ebbe il più piccolo trasalimento.

— Avete fatto bene a venire — disse indicando al giovine una bassa poltroncina presso il divano, sul quale ella sedette — perchè bramo prima della cerimonia nuziale, che mi legherà a voi per tutta la vita, regolare la nostra rispettiva posizione.

Egli la fissò alquanto stupito,

— Non vi comprendo Adriana.

— Mi spiegherò, non dubitate. Voi sapete il motivo che mi ha indotta ad accettare la vostra mano.

Diego abbassò il capo.