Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/72

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Scoppiò in una risata stridente, convulsa, che parve uno schianto del cuore...

— Non giudicatemi così male, signora: Gabriele Terzi, l’uomo da voi amato, non è mai stato mio amante, ve lo giuro: un altro aveva preso il suo nome per sedurmi, mentre ingannava voi stessa: degnatevi ascoltarmi e vedrete a quale infernale seduzione abbiamo dovuto entrambe soccombere.

Adriana era divenuta pallidissima: la sua testa si smarriva. Afferrato un braccio di Maria, chiese con voce ansante, oppressa:

— L’infame, il miserabile è stato mio marito, eh?

— Sì...

— Ah! venite... ditemi tutto, — aggiunse traendo la bella guantaia sulla panchetta, dove poco prima si era abbandonata a soavi fantasticherie.

Maria le disse tutta la sua triste storia, le rivelò la scoperta fatta, riversò tutte le angoscie del suo cuore, nel cuore straziato di Adriana.

Entrambe erano in preda ad una violente emozione. Eppure in mezzo al suo atroce dolore, la contessina provava qualche cosa d’indefinibile, di stranamente dolce.

Gabriele era innocente, sempre degno di lei, del suo amore!

Ah! in quel momento comprendeva perchè non le era riuscita vincere il suo disgusto, il suo odio per Diego; capiva perchè al contatto di lui, tutto il suo essere si ribellava.

— Mi giurate Maria che quanto mi avete detto è la verità?