Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/73

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— Ve lo giuro e il signor Terzi potrà confermarvi che non ho mentito...

Adriana non si era ancora riavuta dallo sbalordimento cagionatele da queste parole, che Gabriele era ai suoi piedi...

Maria si alzò, ritirandosi di qualche passo per lasciar liberi i due giovani di spiegarsi. Ma nè l’uno, nè l’altra fu in grado per qualche momento di pronunziare parola...

Si tenevano stretti stretti per la mano, si guardavano muti, sospesi in un’onnipossente ebbrezza, dimenticando le sofferenze passate, l’infame tranello stato loro teso.

Un sospiro profondo della bella guantaia li strappò a quell’estasi.

— Credi tu adesso alla mia innocenza Adriana? — sussurrò Gabriele, fissandola con uno sguardo pieno d’amore.

Gli occhi della giovine donna ebbero un luccicore straordinario...

— Si, vi credo — esclamò — ma voglio che quel miserabile stesso confessi; ah! vedi quando avrò strappata dalla sua bocca la verità, dal suo viso quella maschera d’ipocrisia, ti giuro che lascierò tosto questa casa per raggiungerti... Ma ora, se mi ami, devi ripartire, tornare a Milano ad attendermi, per non dare alcun pretesto a quel vile di mancarmi di rispetto... Se ti trovasse qui, essendo egli di fronte alla legge mio marito, noi soli saremmo i colpevoli e le vittime.

La voce le mancava: un’emozione dolorosa l’assalse, le velò gli occhi di lacrime.