Pagina:Irving - Lo straniero misterioso (1826).djvu/10

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catore di avventure; e a questa mia propensione erano altrettanti svegliarini tutti gli oggetti che mi si affacciavano in questa vecchia sirena di città. Io tenea una serie di stanze in un superbo malinconico palagio posto sul Canal-Grande, un dì residenza di una di quelle Eccellenze, e che nella sontuosità de’ suoi avanzi attestava antica grandezza venuta meno. Il mio gondoliere era uno de’ più scaltriti nella sua classe, premuroso, faceto, intelligente, e non men degli altri suoi confratelli, composto ne’ modi e segreto, vale a dire, segreto con tutti eccetto col padrone. Non era passata una settimana ch’egli avea già aperte ai miei occhi tutte le cortine mistiche del paese ov’io dimorava. Garbavami quell’aria di mistero e di silenzio onde camminavano quivi tutte le cose; e quando talvolta, standomi alla mia finestra e su l’imbrunir della notte, io vedea una nera gondola correre via misteriosamente, nè mandando altra luce che il barlume languido di una lanterna, io non avea che a mettermi nella mia gondoletta da fresco1, dare un segno, e tener dietro alla gondola. Ma questa ricordanza di giovanili follie mi fa deviare dal mio argomento principale. Veniamo al punto.

Fra i miei consueti divagamenti era quello di frequentare uno dei tanti casini che stavano sotto i portici della grande piazza di San-Marco. Io qui per solito m’intertenea e bevea il mio gelato in quelle lunghe notti estive, nelle quali il bel mondo in Venezia sta fuor di casa sino al mattino. Quivi io era seduto una sera; e ad una tavola posta di rincontro a me in quella sala stava un crocchio d’Italiani. Giocondo, animato mostravasi il loro colloquio, e condotto innanzi con la vivacità di modi e di gesti2, che è propria della loro na-

  1. Specie particolare di navicella che corre velocissimamente.
  2. Gl’Inglesi, di una compostezza che tocca l’immobilità ne’ loro atteggiamenti, notano volentieri gl’italiani di un dispendio di gesti eccedente; e troppo facilmente, a dir vero, si persuadono che alcune mende, forse indigene soltanto di qualche paese nostro, entrino ne’ principii dell’italiana educazione.