Pagina:Isernia - Istoria di Benevento I.djvu/228

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 219 —

dogli gentilmente stata segata la gobba; lo interrogò chi fosse stato il medico, ed in qual paese fosse stato aperto lo spedale dove si faceano così belle cure. Il buon gobbo che non era più gobbo, glielo confessò giusto giusto, e gli disse che essendo in viaggio, smarrì una notte la strada, e dopo lunghi aggiramenti si trovò per fortuna alla noce di Benevento, intorno alla quale stavano allegramente ballonzolando moltissime streghe con una infinità di stregoni e di diavoli; e che fermatosi di soppiatto a mirare il tafferuglio di quella tresca, fu scoperto, non si sa come, da una strega, la quale lo invitò al ballo, in cui egli si portò con tanta grazia e maestria, che tutti quanti se ne maravigliarono, e gli posero perciò così grande amore che, messolo baldanzosamente in mezzo, e fatta portare una sega di butirro, gli segaron con essa senza verun suo dolore la gobba, e con un certo impiastro di marzapane gli sanarono subito subito la cicatrice, e lo rimandarono a casa bello e guarito. Il buon gobbo di Peretola, inteso questo, e facendo lo gnorri, se ne stette zitto zitto; ma il giorno seguente si mise in viaggio, e tanto ricercò che potette capitare una notte al luogo della desiderata noce, dove con diversità di pazzi stromenti quella ribaldaglia delle streghe e degli stregoni trescava al solito in compagnia dei diavoli, delle diavolesse e delle versiere. Una versiera o diavolessa che si fosse, facendogli un grazioso inchino lo invitò alla danza, ma egli vi si portò con tanto mal garbo e con tanta svenevolezza, che stomacò tutto quanto quel notturno conciliabolo, il quale poi mettendosegli attorno, e facendo venire in un bacile quella gobba segata al primiero gobbo, con certa tenacissima pegola d’inferno l’appiccicò nel petto del secondo gobbo; e così questo che era venuto qui per guarire della gobba di dietro, se ne tornò vergognosamente al suo paese gobbo di dietro e dinanzi.» (Redi)

E non pure i prosatori, ma anche i poeti contribuirono non poco a propagare dovunque tali favole, e valga per molti esempi il Lippi che nel terzo canto del Malmantile scriveva: