Pagina:Isernia - Istoria di Benevento I.djvu/84

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il fatto che disdegnarono di abbandonare i Romani nei dì della sventura, e che non fecero mai buon viso a un barbaro straniero che, sitibondo di vendetta, era sceso dall'Alpi a render serva l’Italia.

Annibale dalle Puglie si recò negli Irpini, e gli fu dato, senza colpo ferire, di occupare Consa, che in certa guisa potea essere ritenuta, come or si direbbe, per il capoluogo degli Irpini, e poco dopo per opera di Pacullo Calavio Capovano, ebbe in sua mano la stessa Capova o Capua, la più potente e doviziosa città d’Italia dopo Roma, e che nella ruina di questa imprometteasi di addivenire la metropoli d’Italia. Ma il pretore M. Valerio Levino e il console Marcello, fronteggiando Annibale per ogni dove, corsero in più riprese le terre degli Irpini e dei Sanniti Caudini ponendole a ferro e a fuoco, ed espugnarono varie città, le quali eransi date spontaneamente al nemico. Laonde i Sanniti, dolenti di Annibaie, gli spedirono legati, i quali gli posero sotto occhio le loro miserevoli condizioni, e n’ebbero vane promesse di aiuti e di premio.

Intanto nell’anno di Roma 436, venuto il tempo dei comizii, fu rifermato console Fabio Massimo, e gli si diede per collega Marcello, affinchè la molta prudenza del primo avesse potuto temperare la soverchia impetuosità del secondo. Fu allora che Tiberio Gracco, acconsentendo i consoli, da Lucera menò la sua armata in Benevento. E poco dopo essendogli stato riferito che Annone Cartaginese erasi attendato lungo il fiume Calore, e che depredava il contado beneventano, uscito dalla città, si accampò poco lungi dalle tende nemiche. E poichè la sua armata componeasi in gran parte di servi, così egli fece promettere a tutti la libertà, se, mediante i loro sforzi, fosse riuscito vincitore in quel combattimento. A tale promessa narrasi che tutti i servi, a cui senza la libertà non era cara la vita, proruppero in grida di gioia, chiedendo subito il segno della battaglia.

Nel dì seguente Gracco trasse fuori le sue schiere, per venire incontanente alle mani coi nemici, e Annone non dubitò di accettare la battaglia, e mise tosto in ordinanza