Pagina:Isernia - Istoria di Benevento II.djvu/17

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negli ultimi, anni del governo di Arechi si rese maggiore, per la venuta del monaco cassinese Paolo Diacono, longobardo, reputato uomo dottissimo nell’ottavo secolo. Costui sortì i natali in Cividale del Friuli da gente longobarda, ebbe a maestro in grammatica il Flaviano, e, venuto in fama di sapiente, entrò tanto nell’animo di Desiderio re dei longobardi che lo elesse a suo consigliere e cancelliere. Ma quando Carlo Magno invase l’Italia, e condusse in Francia prigione il re Desiderio, Paolo Diacono, disilluso del mondo, si rese monaco in Montecassino, ed in questa Badia scrisse la sua istoria dei longobardi, prezioso monumento della letteratura di quei tempi. E quando poi Carlo Magno trasse in Roma, a vie meglio ingraziarsi il pontefice, il dotto cassinese gli diresse una commovente elegia per conseguire la liberazione di un suo fratello.

Un tal componimento andò molto a sangue di Carlo Magno, che, venuto in conoscenza dell’ingegno e della dottrina di Paolo Diacono, lo menò seco in Francia, ove il monaco cassinese fu segno ai più grandi onori. Ma questa, sua prosperità non solo era amareggiata dal vedere. come logorassero la vita nell’esiglio i longobardi condotti prigionieri in Francia da Carlo, ma neanche fu durevole; imperocchè l’aulica turba che tendeva insidie alla vita di Paolo Diacono, per vederlo cotanto addentro nelle grazia del monarca francese, colto il destro, gli fece credere che il monaco longobardo, gli congiurasse contro, e che avesse tentato di favorire la fuga del re Desiderio. Carlo Magno non seppe serbarsi indifferente alle maligne insinuazioni dei nemici di Paolo Diacono, e rilegollo nell’isola di Tremiti, facendogli grazia, soltanto della vita. In quell’inospite luogo dimorò, esule per diversi anni, finchè con l’aiuto di un suo fido fuggi in Benevento, ove fu accolto con molta festa da Arechi, e da Adelperga, sua consorte, che misero in opera ogni mezzo per risarcirlo degnamente dei danni che gli avea apportato il suo amore pel caduto sovrano.

Giusto Lipsio riferisce che, saputasi in Francia la fuga di Paolo Diacono, i grandi della Corte, che lo avevano