Pagina:Isernia - Istoria di Benevento II.djvu/263

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La tranquillità dei beneventani non fu durevole, imperocchè nuovi fatti sovvertirono quell’ordine di cose e mutarono nuovamente la forma del governo. I liberali erano in quel tempo assai numerosi e potenti nel napoletano, e, perchè le persecuzioni, cui furon segno, li astringeva a convocarsi di notte in luoghi remoti, furon detti carbonari, essendo usanza di costoro di lavorare nel fondo dei boschi e nelle forre dei monti. Essi non erano settarii religiosi, come si ritenne dal Bresciani, e da altri scrittori di partito, ma uomini d’animo nobile e Indipendente, che aspiravano alle libere forme di governo e all’unità nazionale. La rivoluzione ebbe principio in Napoli sull’alba del due luglio 1820; e siccome anche in Benevento ferveva lo spirito di rivolta, così prima dell’entrata del Pepe in Napoli si manifestò anche tra noi l’insurrezione, che parve quasi intempestiva alla maggioranza dei cittadini. Essa tolse occasione da un tafferuglio che ebbe luogo tra i carabinieri pontificii, che aveano stanza in Benevento, ed un cittadino. I carbonari, di cui non era scarso il numero nella città, vi presero parte, e la zuffa degenerò in un’aperta sedizione, in cui furono morti lo stesso provocatore della sommossa e tre carabinieri. Nel giorno 6 luglio fu proclamata anche in Benevento la costituzione, e inalberata la bandiera tricolore. Caduto in tal modo nuovamente il regime pontificio, fu mandato in Roma, senza modi violenti il delegato Mons. Olivieri, a cui tenne dietro il corpo dei carabinieri. Il governo tu affidato a 10 cittadini di specchiata probità e di molto senno, i quali assunsero il sovrano potere, e, risedendo nel palagio apostolico, non solo intesero a infrenare gli eccessi del popolo, ma benanche a pubblicare savie leggi. E presero anche a stabilire tribunali con le forme adottate nel decennio, a sopprimere luoghi pii e conventi, e a conferire degli impieghi. Ma in appresso il Consiglio, persuaso di non poter da solo reggere la città di Benevento, divisò di annetterla al reame di Napoli, e a tal fine spedì alcuni deputati al parlamento nazionale istituito nella metropoli del regno delle due Sicilie; ma i rappresentanti del parlamento per lodevole prudenza rifiutarono l’offerta,