Pagina:Isocrate - De' doveri del sovrano.djvu/17

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Giustifica la tua severità cribrando esattamento ogni azione, e la tua clemenza temperando la ferocia delle pene. Poni poi a difesa della tua autorità non i supplizi, ma la più squisita sapienza, affinchè tutti inducano l’animo loro nella utile persuasione meglio tu che dessi provvedere alle loro indennità.

Nella cognizione dell’arte militare e nelle mostre sii guerriero, per carattere poi inchinato alla pace1, nulla vindicando oltre il giusto e l’onesto.

Con i stati limitrofi di minore potenza comportati nella stessa guisa in che vorresti i più potenti si comportassero con il tuo.

Per vanità od orgoglio non far caso di guerra di ogni differenza, benchè sia dal tuo lato il diritto, ma soltanto di quelle per le quali nella stretta condizione di giustizia la vittoria sia per riuscirti a sicura utilità.

Abbi meritevoli di disprezzo non quelli che in battaglia valorosamente soccombono, ma coloro che vincono senza conseguire vantaggio. Non giudicare poi magnanimo chi si spinge ad imprese oltre il possibile, ma chi si limita alle mediocri e le compie.

Non ti proporre ad imitazione i Sovrani 2 che con lunghe guerre aumentarono la dominazione, ma quelli che conservando la propria la governarono saggiamente nell’esigenze del tempo. Ti stimerai poi felicissimo non se comanderai all’universo per terrore e pericoli, ma se sarai tale quale conviene sia un Rè, e se contentandoti del tuo stato, qual’è, nudrirai moderati desiderii, per il che di nulla difetterai.

Non ricevere nella tua amicizia chiunque, ma coloro soltanto che più si confanno al tuo carattere, e non mai per isprecare con essi il tempo in piacevole consuetudine, ma per incombere al migliore governo dello stato. Poni a difficili prove poi quelli con i quali usi familiarmente, e ti sia presente che chi non

  1. Io vò gridando pace, pace, pace; così Petrarca agli agitati spiriti del suo tempo. E chi de’ grandi ingegni non amò la pace, non la disse fonte di ricchezza e prosperità? — Equidem pacem hortari non desino, quae, vel injusta, utilior est quam justissimum bellum — (Cicerone ad Attico lett. 308.)
  2. Luigi XIV e Carlo XII. di Svezia, fra tanti funestissimi esempi.