Pagina:Italia. Orazione detta la sera del 13 marzo del 1917 al Teatro Adriano in Roma.djvu/27

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Che era questo popolo, prima della guerra, questo popolo italico il quale è quello che ora fa la guerra, o signori ? !

Il così detto popolo evoluto covava il grande uovo di gesso della pace universale col calore dell’odio, senza sapere che non vi è pace possibile senza un alto sentimento di giustizia e di nobile colleganza fra le nazioni e le stirpi.

V’era il popolo che aveva lasciato ia più bella vita che si possa sognare, la vita dei padri, l’agricoltura, che.il divino Virgilio esaltò, e, senza che un solo uomo levasse la voce per dirgli: — Oh; tu vai verso la infelicità; — era corso alle officine, aveva rinnegato il sole e s'era guastato il sangue diventando preda di due vampiri indegni, il capitale mascherato e speculatore e il demagogo ignorante che anch’oggi, in questo sacro momento ben si riconosce al grifo e alla mangiatoia.

La sacra moltitudine dei contadini che poteva sapere dei destini della patria e della stirpe se ad una vera e nobile strada non si trova accennato nemmeno in tanti anni di discussione parlamentare?

L’Esercito ? Gloria a coloro che dopo avere ricevuto sul volto gli sputi dell’aizzata canaglia hanno dato con ardore il braccio, la vita per il popolo italiano.

Come viveva dunque l’Italia senza aspirazioni se non gretta, senza il mezzo di sostenere al momento buono, con la spada, la propria dignità, il diritto alla giustizia, di fronte ai colossi del nord che si erano armati con tutte le armi in uso, con le macchine d’ogni sorta, con le scienze, con le brutte cianfru-