Pagina:Italia. Orazione detta la sera del 13 marzo del 1917 al Teatro Adriano in Roma.djvu/28

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

― 26 ―

saglie che vendevano al mondo per farlo orribile, con le comodità delle quali non c'è bisogno, con le delicatezze che non si possono ingollare, colle banche, coi filosofi, coi poeti, coi musicisti, con gli dei, con Wotan e Sigfrido, con i professori che avevano sedotto — oh, spirito magno e non ancor placato di Giosuè Carducci, dammi, non un dardo ma una frusta — che avevan sedotto pur coloro che dovevano dire al giovane ardente delle nostre università : va, figlio, tu hai diritto alla laurea, tu puoi entrare nel mondo, perchè tu senti genialmente e liberamente, come si conviene ad un italiano! — Non s’entrava, invece, se non per rivolta coraggiosa, nel mondo della coltura, senza ammirazione per i pedanti barbari, i quali erano armi pronte contro di noi, insieme con i critici d’arte, che avevan garbo a toccare il bello come la mano di un gottoso ad accarezzare la testa ricciuta di un fanciullo, insieme con i loro storiografi, che preferivano per le proprie ipocrite elucubrazioni l’Italia, sulla quale ponevano così un’ipoteca di lamentazioni, dicendo di continuo: Qui morì un imperator tedesco: piangete, o visitatori germanici; — qua fu spogliato un conte d’Alemagna; fremete; — questo coccio, questo sassolino insegnano che tutto questo edificò un principe di nostra gente, dunque — pareva volesser dire — tutto il resto, cioè l’Italia, è nostro.

Contro tali armi e contro, diciamolo schiettamente, la poca stima straniera, come si comportava l'Italia ?

Lo Stato lasciava, e si dava l’aria di far bene, lasciava che il popolo emigrasse, avendo scoperto