Pagina:Italia. Orazione detta la sera del 13 marzo del 1917 al Teatro Adriano in Roma.djvu/29

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con brava genialità, che andandosene alimentava le- casse di risparmio e toglieva molti grattacapi: visto. che in Parlamento c’era troppo poco tempo per cose pratiche, affaccendati com’erano a buttar sue buttar giù Ministeri. Poichè non so se è chiaro abbastanza che in Parlamento si usò pensare alle leggi solamente per poter cogliere in errore il Ministero. Forse non c’è legge che, prima della guerra, sia stata composta e sancita in collaborazione schietta e fraterna tra il Ministero e il Parlamento, cioè tra i primi cittadini e l’Italia.

Gl’Italiani dunque partivano su piroscafi spesso non italiani, o italiani per burla. Andavano raminghi con la loro miseria, col loro non saper leggere; ma col tesoro dei santi: la bontà e la rassegnazione. Facevano ogni mestiere; ma più di tutto, aiutati dal dono della loro madre patria, dono spontaneo, non ancor bollato dalla burocrazia, il dono della genialità e della versatilità, attendevano con pazienza ai lavori più umili, ma spesso ai più scelti, più simili alle arti: all’architettura delle macchine ; a tornire; a fare strumenti di precisione: costruivano meglio di tutti le ferrovie, i ponti, le strade; ma specialmente edificavano il monumento dell’economia nazionale, mandando in patria tutto, eccetto il boccone del pane.

Umili e grandi costruttori del Tempio: in onore di ognuno di voi bisognerebbe accendere un rogo di retori; se pur voi lo permettereste, voi che perdonaste a chi vi strappava dalla Madre, la quale in ispirito, alimentando la fiamma della vostra intelligenza e la bontà del vostro cuore, vi seguì sempre mugolando di dolore represso, nascondendosi timo-