Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/138

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
118 illustri italiani

scrivere deva esser qualcosa di concitato, di violento, o almeno di dignitoso e fuori del volgare uso: donde i tanti che sciaguratamente son lodati di eloquenza, di parlare ornato. In conseguenza Cicerone trova che coloro, i quali prima di lui aveano trattato di filosofia, cioè tradotto i Greci, erano incolti e orridi, e ch’egli fosse il primo che liberalmente erudito, adoprasse nel filosofare anche l’eleganza.

Ma troppo l’arte di lui traspare nella modulazione di quasi ogni cadenza, nella struttura d’ogni gradazione e antitesi; e fra tanti pregi, manca spesso del più nobile, cioè quello d’unire la semplicità dei mezzi colla bellezza dell’affetto, e di cattivarsi i lettori per mezzo di una forza non ostentata. Che, se riesce oserei dire perfetto nell’armonica disposizione delle parti, questo pregio egli ottiene talvolta a scapito d’un altro di maggior rilievo. La sublimità, il nerbo e le concentrate espressioni, che nelle arringhe di Demostene fanno tanta forza agli affetti, raro s’incontrano in quelle di Cicerone; le quali, riflettendo alla nostra immaginazione il carattere del luogo in cui furono composte, mostrano d’essere state meditate piuttosto presso agli aprichi portici ed ai susurranti boschetti di Tuscolo, che fra il rauco spezzarsi dell’onde sul molo del Pireo, o fra il tumulto de’ flutti sopra la spiaggia del promontorio Sunio.

Aggiungi che i supremi principj a cui l’oratore ateniese così spesso e con tanta fortuna ricorse, furono meno valutati da Cicerone, in cui le consuetudini forensi sembra restringessero alquanto le vedute sociali, e lo inducessero a considerare in relazione al partito, ciò che doveva ingrandirsi in relazione all’uman genere. Trattata da Demostene, la causa d’Atene è la causa della libertà, della civiltà dell’umanità intera; e la voce dell’oratore appella a sentimenti universali come gli elementi, e costanti come le leggi che li fanno operare. Per Cicerone la causa della libertà è troppo spesso quella dell’aristocrazia romana, pel cui ristabilimento le Provincie, gementi sotto intollerabili esazioni, non sarebbero rimaste esonerate da una sola imposta, nè arrestato un solo istante il corso dello vittoriose legioni, spinte a nuove conquiste. Il greco oratore attingeva dalla storia del suo paese sublimi immagini, di cui al latinonon era dato giovarsi. Le glorie del tempo in cui Atene sorgeva: come tutrice de’ più sani principj, nella memorabile contesa colla servile ignoranza e colla barbarica forza de’ monarchi persiani, diffondevano un continuo splendore sulle energiche esortazioni di De-