Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/307

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napoleone 285


Su queste ale Luigi XIV riuscì il più dispotico dei re, ma insieme rendeva la sua la più grande nazione. L’assolutismo per cui egli avea potuto dire «Lo Stato son io», come lo dicono i parlamenti odierni, non erasi formato col sopprimere le libertà politiche, le quali mai non erano esistite, bensì col mozzare le libertà provinciali e municipali, che erano comuni nell’età precedente. Quanto alla nobiltà, che formava un altro ritegno all’assolutismo, i re, oltre sottoporla poco a poco alle leggi comuni, la allettarono alla fastosa vanità della Corte; ai posti e agli uffizj, di cui essa pretendeva il privilegio, introdussero popolani di merito; con brevetti creavano nobili e attribuivano stemmi. Pure i nobili restavano distinti dal popolo; la milizia cernivasi solo fra’ plebei: ma intanto la classe industriosa cresceva di ricchezza e d’importanza, quanto ne scadeva la nobiltà. Di qui nascevano divisioni, astj, gelosie: il nobile voleva umiliare gli ecclesiastici; la classe media guardava con invidia la magistratura, che pur usciva dal suo seno; la nobiltà di spada dispettava quella di toga; quella di Corte, la nobiltà di provincia; le ricchezze acquistate dai finanzieri indispettivano i borghesi non meno che i gentiluomini.

Tale scontentezza non poteva essere tolta dai re, ai quali non venne mai in mente di ritemprarsi col concorso della nazione mediante libertà politiche. Ma, salito al trono il buon Luigi XVI, ecco il paese mutarsi; tutto prosperava, commercio, industria, popolazione; le imposte rendeansi più uniformi; l’istruzione si diffondeva; aristocrazia e clero desideravano e proclamavano i miglioramenti proposti dai filantropi e dai filosofi; e le commissioni che si diedero ai deputati del 1789 attestano come fossero e conosciuti e voluti tutti quei provedimenti e quelle garanzie, che non si ottennero se non dopo tanto sangue.

Luigi XVI, che desiderava le riforme, lasciò ogni libertà di proporle e dibatterle; invitò la Francia a rigenerarsi da sè: tanto che fu proclamato restauratore della pubblica libertà. Ma i rivoluzionarj non voleano restaurare, bensì distruggere il passato, in maniera che nulla ne restasse nell’ordine nuovo. Questo proposito inchiude un disprezzare i proprj padri, rinnegare il progresso e la Provvidenza; e in ciò somigliavano a’ Protestanti del XVI secolo, che esaltavano fino all’entusiasmo la passione d’annichilare tutto quanto non era stato fatto da essi. Da quella fonte erano venuti il vilipendio alle