Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/407

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ovidio 385

gusto in oscene confidenze colla propria figliuola? Ma della rivelazione avrebbe questi accresciuto il pericolo col punirlo, nè Ovidio sì spesso alluderebbe ne’ suoi versi ad una colpa che doveva far vergognare il pregato più che l’intercedente. Vero è che Ovidio rifugge dal rammemorare quel fallo ad Augusto; ne dà colpa alla sua familiarità coi grandi e all’averne abusato, per timore più che per errore; del resto confessa aver meritato il castigo, e gli amici esorta non a prender le sue difese, e solo impetrargli perdono.

Il distaccarsi dalla patria e dalla famiglia dipinse Ovidio in un’elegia, ch’è delle sue la più divulgata. Gli amici lo aveano la più parte abbandonato, appena il seppero colpito dal disfavore imperiale; così essendosi sempre avverato in antico come in moderno. Gittò al fuoco molte sue poesie, come causa del suo infortunio. E lasciava Roma, la stanza de’ suoi cari, il centro della civiltà, la metropoli del mondo, il teatro de’ suoi trionfi, per andare nella Scizia, fra barbari ignoti.

Ciò avvenne il 761 di Roma, novembre uscente. Da Brindisi sferrato, patì d’un’orrida procella che descrive pietosamente. Campato dalla quale, passò nel mar Jonio; a Cencrea, porto di Corinto, mutò nave, e con questa drizzatosi all’Egeo, varcò l’Ellesponto, da Troja passò ad Imbros; poi all’isola di Samotracia, a Tempira vicino al fiume Ebro, e per terra dai campi Bistonj giunse a Tomi, destinatagli stanza.

Tra via aveva composto il primo libro delle elegie intitolate Le Triste, e l’inviò a Roma prima di finir il viaggio, meravigliandosi che, fra quell’ambascia d’animo e traghettio di corpo, trovasse voglia

                   Scit quoque cum perii quis me deceperit error,
                        Et culpam in facto, non scelus esse meo.

    Trist. IV, 1.

                   Nil igitur referam nisi me peccasse, sed illo
                        Præmia peccato nulla petita mihi.

    Trist. IV,10.

                        Stultaque mens nobis, non scelerata fuit.

    Trist. I, 2.

                   Aut timor aut error; nobis prius obfuit error.

    Trist. IV, 4.

                   Non equidem totam possim defendere culpam,
                        Sed partem nostri criminis error habet.

    Trist. III, 5

CantùIllustri italiani, vol. I 25