Pagina:Jolanda - Dal mio verziere, Cappelli, 1910.djvu/75

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palpitano elementi della bellezza immortale. L’ode è scritta nel metro inventato dal più antico dei poeti lirici eolii — il metro prediletto dal Carducci che amò dirsi l’ultimo de’ loro figli; con un intermezzo in archilochio-eroico efficacissimo. La ideò, pare, nella piazza di Pieve di Cadore la cui fotografia si vede unita all’opuscolo. Come gli antichi nelle loro creazioni si compiacevano di avvicinare la forza alla bellezza, così il Carducci canta riuniti un artista e un martire: il Tiziano, che rese illustre il paesetto in cui nacque; Pietro Calvi, che lo rese glorioso. Il monumento dell’uno grandeggia; il profilo dell’altro si disegna in un medaglione, modestamente, fra un ricordo marmoreo dedicato ai Cadorini caduti nel 1848 per l’indipendenza Italiana. Ma ambedue sono ugualmente grandi per la patria; ambedue ugualmente degni di esser celebrati dal poeta.

È bellissima questa fusione dei raggi luminosi delle due anime: quella del genio e quella dell’eroe. «Sei grande» dice il poeta al genio:

«Sei grande. Eterno co ’l sole l’iride
de’ tuoi colori consola gli uomini,
sorride natura a l’idea
giovin perpetua ne le tue

forme. Al baleno di quei fantasimi
roseo passante su ’l torvo secolo
passava il tumulto del ferro,
ne l’alto guardavano le genti;

e quei che Roma corse e l’Italia,
struggitor freddo, fiammingo cesare1
sè stesso obliava, i pennelli
chino a raccogliere dal tuo piede.

  1. Carlo V.