Pagina:L'asino d'oro.djvu/193

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libro ottavo 177

davamo nascondendo per le macchie, o sagliavamo su per gli arbori i più alti. Ma Scannadio, ritrovato il tempo opportuno alle sue fraudi, voltosi a Lepolemo, disse: Da qual paura abbracciati, da che stupore confusi, divenuti vili non altrimenti che i nostri servi, ci tiriamo addietro come se fussimo donnicciuole? per qual cagione ci lasciamo noi uscir di mano così bella preda? che non montiamo noi a destrieri? perchè non lo seguitiamo noi spacciatamente? piglia uno spiede, e io piglierò un giannettone. Nè vi andò guari, che saliti a cavallo, per gran prestezza si misero dietro a quella fiera; la quale, non si dimenticando delle sue naturali forze, anzi riscaldando la sua fierezza col caldo della presente stizza, posciachè ebbe fatto resistenza al primo empito loro, recatasi in piedi, e dirugginando i denti, mentre deliberava qual prima di lor due volesse ferire, Lepolemo, prevenendola, le lanciò un dardo che egli aveva in mano, e percossela in sulle reni: e lo scellerato Scannadio in questo, veduto il bello, perdonando alla fiera, diede nelle gambe di dietro del cavallo, sul quale era Lepolemo, un colpo sì fatto, che egli arrovesciandosi