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fratellanza e morale 147

Il Governatore, assicura Lieh-Tsu, riconobbe che lo straniero aveva ragione.

Ma qui da noi, forse perchè all’estero avviene come in Italia, non è ancora venuto lo straniero che c’illumini sul modo di fare la carità. Anche quando non ricorra a trucchi e a piccoli inganni, la carità che specula su debolezze umane, che mette a prezzo un bacio a una signora, o che sfrutta gli snobismi e le ambizioni, per far acquistare a persone che aspirino di elevarsi socialmente, a furia di biglietti di beneficenza e di oblazioni, un preteso diritto a entrare in familiarità di rapporti con le Dee dell’Olimpo sociale, è una carità in essenziale contradizione con sè stessa. E strano a dirsi, accade spesso che quelle medesime signore, che si affannano in opere di carità e in lavoro cosiddetto sociale, vengono poi meno al più elementare dei doveri verso il prossimo, dimenticando, per esempio, di pagare puntualmente il lavoro che è stato loro apprestato, o di compensare gli educatori e gl’insegnanti dei loro figli. Travolte forse dal turbine della loro benefica operosità, esse si rendono colpevoli di siffatte dimenticanze, che, a parer mio, costituiscono più che un errore, un vero delitto, perchè se si concepisce già come mancanza al proprio dovere quella di non soccorrere il prossimo bisognoso, con quanto maggior scrupolo non si deve essere solleciti nel soddisfare debiti veri e propri. Può infatti questo modo di agire chiamarsi vero amore, vero sentimento di carità o di fratellanza? Questa confusione mentale sui veri moventi e sui veri scopi della carità è molto diffuso nella donna, la quale, specialmente in Italia, forse per­chè è stata meno in contatto con la realtà della vita, confonde sentimento e giustizia, carità e affari, in una matassa inestricabile e confusa.