Pagina:La Italia - Storia di due anni 1848-1849.djvu/21

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avvenuto in quello limitrofo, che dai pubblici fogli di Francia e di Augusta, o malamente lo giudicassero dalle parole del proprio giornale; imperciocchè, questo si piaceva dare il titolo di briganti, di grassatori e di ladri ai larghi della loro vita a pro dell’altrui bene, i quali, in una terra ricinta di armati e di spie, si attentavano a domandare a’ loro rettori e leggi ed onore.

Cotesto stato di cose si avea nome di pace dai nostri governi. La era invece una guerra sorda e celata, talvolta irrompente e repressa, rabbonacciata mai, sempre nefasta al presente e di utili effetti per lo avvenire. I cultori delle arti belle si facevano alla lor volta i cospiratori ausiliarii degli esuli e degl’imprigionati; e numerose effemeridi parlavano al popolo nei loro racconti e romanzi, esiliati dalle cronache di tutti gli evi d’Italia, parole di energico dolore e di solenni speranze; e le sale delle ritrattistiche sposizioni mostravano sulle tele, sui gessi, sui marmi gli uomini e i fatti or lamentabili ora lodevoli di una perduta grandezza e di una gloria di continovo ricordo; e le scene teatrali rappresentavano come viva cosa i delitti de’ tiranni, le corruttele delle corti, le egregie gesta, ogni nobile e generosa passione; e la musica disposata a’ versi di que’ drammi imprimeva nelle menti più grette e più schive gl’inni molteplici di un non lontano risorgimento. E Alessandro Manzoni scriveva l’Adelchi e il Carmagnola; Tommaso Grossi il Marco Visconti; F. Domenico Guerrazzi la Battaglia di Benevento e lo Assedio di Firenze; Gio Battista Niccolini il Giovanni da Procida, l’Arnaldo, il Filippo Strozzi; Massimo d’Azeglio la Disfida di Barletta; e Giuseppe Giusti le Canzoni Satiriche che tutti conoscono.

Il pensiero, corroborato della dignità, aspirava gradatamente al ben’essere goduto dalle altre nazioni di Europa. Si chiesero e si ottennero vie di più rapida comunicazione interna tra l’un paese e l’altro; franchigie al commercio e protezioni alle industrie; asili infantili ed ospizi pei vecchi e pe’ necessitosi; provvedimenti di miglior istruzione per la gioventù; penitenziari correzionali pei traviati a cagione dell’ignoranza. E quando ne’ molti incarnossi la idea della (loro?) nazionalità, i nostri governi dovettero accogliere nelle città capitali i membri de’ Congressi scientifici, i quali — malgrado la loro apparente nullità — regolarono, concretandolo, il concetto della rigenerazione italiana.

Un solo governo respinse ostinatamente i disegni di civile progresso che altrove attuavansi. Il Capo della Chiesa cattolica — che un avverso destino aveva dato ad una delle migliori popolazioni della penisola — era un uomo invecchiato nel silenzio dei chiostri e volea ad ogni patto attutire le voci che osassero turbarglielo sui gradini del doppio trono. Accerchiato da ministri di null’altro curanti che di tutelare con artifiziosi puntelli il crollante e decrepito edificio della potestà temporale; rappresentato nelle province da delegati i quali, commettendo soprusi e sospettando delitti di fellonia nella gioventù dignitosa e pensante che mormorava sui loro decreti, o tenevasi in non servile atteggiamento, di questa assiepava le carceri e i tribunali delle commissioni miste; dipendente nelle spesse insurrezioni dall’Austria, di cui temeva e le pecuniarie esigenze e il manifesto desiderio di esautorarlo della parte più florida dello Stato suo; abborrito come