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la capanna dello zio tom


Il mercante passeggiò alquanto in su e in giù, e si fermava talvolta per contemplarla.

«Prende la cosa un po’ sul serio — dicea tra sè stesso — ma bisogna lasciarla tranquilla, lasciarla sfogare; si acqueterà poco a poco.»

Tom, che avea notato ogni cosa dal principio al fine, ne comprendeva perfettamente le conseguenze. A suo giudizio, era questa un’azione immensamente orribile, perchè, povero negro ignorante! non avea imparato a osservare le cose in generale, a prendere la cosa in grande. Se almeno fosse stato istruito da certi ministri del Cristianesimo, avrebbe imparato a giudicarne più rettamente, non avrebbe veduto in tutto ciò che un incidente quotidiano di un commercio legale, commercio che è il sostegno vitale di una istituzione, la quale, al dire d’un gran genio americano1, non trae seco altri mali se non quelli che sono inseparabili da ogni vita sociale e domestica. Ma Tom che, come notammo altra volta, non era che un povero negro, ignorante, che non avea mai saputo leggere che il Testamento Nuovo non avrebbe saputo consolarsi con argomenti di cotal fatta. Il suo cuore sanguinava per un atto che gli pareva un torto verso quella povera cosa soffrente, la quale giaceva, come canna spezzata, su quel mucchio di merci; quella cosa che sente, che vive, che sanguina, che è immortale, cosa che le leggi americane classificarono freddamente tra il sartiame, tra le balle, tra le casse su cui è prostesa.

Tom le si fece vicino, e tentò volgerle qualche parola; ma quella non faceva che singhiozzare. Colle lacrime che gli scorrean per le guancie, parlò d’una Providenza divina, d’un Gesù che compiange, di una casa eterna; ma quell’orecchio era sordo per angoscia, e quel cuore esulcerato non sentiva che il proprio spasimo.

Sopraggiunse la notte, una notte serena, tranquilla, tempestata di stelle che guardano, solenni, innumerevoli, luminose come occhi di serafini, quaggiù sulla terra; splendide, belle, ma taciturne. Da quel cielo lontano non scendea parola compassionevole, non atto consolatore. Tacquero poco a poco tutte le voci di allegrezza e di affari; tutto si addormentò a bordo del piroscafo, talchè si udiva distintamente il mormorio delle acque, rotte e divise dalla prora. Tom gittò le sue membra sopra una balla di merce, e tratto tratto gli ferìa l’orecchio il singhiozzar soffocato, il gemito di quella creatura prostrata a terra.

«Oh che farò io? Oh Dio! mio buon Dio, sostenetemi!» e così, di quando in quando, finchè quella voce morì anche essa nel silenzio universale.

A mezza notte Tom fu scosso dal sonno improvvisamente. Un non so

  1. Il dottore Joel Parcker, di Filadelfia.