Pagina:La lanterna di Diogene.djvu/213

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go, i quali, se vissuti in altra età, avrebbero lasciato ricordo del loro nome, come giullari e uomini di corte. Questa gente insulsa e gaia come pur faceva palpitare la grande severa notte! Adergersi le piante, sostare le stelle, rabbrividire le rame pareano! Non essi i sonatori, ma un’ondata di vento misterioso pareva accostare e allontanare quei suoni, nel modo stesso che un proiettore può allontanare o accostare una luce. Poco io amo, meno comprendo la musica; eppure in una notte quei suoni mi destarono: ripetevano un motivo popolare di altri tempi; suoni precipitosi, a scrosci, grandinar di suoni cui si alternava un piccolo lamento — sì bene, ricordo — un dolce lamento che lo intonava il flauto, e dopo scrosciavano ancora mandolino e chitarra. Sentii allora lagrime antiche che distillavano di dentro, come fossero state di piombo liquefatto: «Ahi, giovinezza che ti allontani: giovinezza che non sei più!»

Ma per le servette, ma per le padroncine manifestamente è altra cosa; e voi siete sempre belle e novelle, o mattinate di Bellaria; e voi, vagheggini e giullari, vi apprestate anche quest’anno a ben mattinare.

Dicevo dunque che in quei balli io avevo notato questa giovanetta. La sua grazia non era pareggiata che dalla sua timidezza. Soltanto