Pagina:La lanterna di Diogene.djvu/214

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la grazia dava indizio fisico della sua essenza muliebre. Finito il giro — non ne stava giù uno, che fosse uno — si rifugiava come paurosa fra il babbo e la mamma: non sapeva stringere la mano al ballerino: alle domande rispondeva a pena con un fil di voce: «sissignore, nossignore»: ma quando ballava era un incanto, così religiosamente ella ballava, avvinta come un’edera al petto dell’uomo. Ogni moto del piede e della persona era compiuto al ritmo come un, atto devoto, con una intensità di piacere da commuovere chi lei riguardasse con occhio profondo.

Oh, quale contrasto allora che la scopersi, in quel vespero, sola con la compagna su la riva del mare! Evidentemente per lei in quella stagione estiva si erano per la prima volta accese con nuovo splendore e significazione le antichissime stelle del cielo, sbocciati le erano i fiori, come nel maggio!

Ella dunque andava con la compagna lungo la via del deserto mare. Il vento, battendo su le esili vesti, disegnava tutto quell’elegante corpo di efebo; il piede nudo non curava le spume del mare: ma come le splendevano gli occhi; come dilatate erano le pupille — già chine e raccolte — ; come le si era fatta turgida e forte la voce e le parole squillanti, che il vento rapiva!