Pagina:La lanterna di Diogene.djvu/266

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Va là, Pasqualino, sterilizza questa natura grezza, e insegnaci l’alfabeto! La natura? Ella se ne ride bene! Il plenilunio di settembre non è stato per ciò meno luminoso: nè la sera meno tepida. I bambini accendono lo stesso le loro lanterne alla veneziana, gialle e rosse, e i giovani accordano i mandolini e le chitarre lo stesso. La spiaggia del mare è soffice come un divano. È così bello fare all’amore al lume di luna. Vedi quei due? Essi fanno all’amore sul serio. Lei così languida e sentimentale, lui così ardente, e così felice se non dovesse aspettare. Ai tempi omerici, Pasqualino, non c’era il sindaco e non c’era lo stato civile. Le cose erano più semplici allora. In questo ne converrai: e suicidi per amore non avvenivano. Sciocchezze queste, lo so. Ma sai a che cosa penso? A quella povera vecchia mamma che venne qui, quella notte. Anche lei, trenta, o quarant’anni fa, avrà fatto all’amore come quei due. La consacrazione in chiesa, il sindaco, poi il bambino che nasce, dice: «papà! mamà!» ride, poi il primo dente, i balocchi, poi gli studi; poi un caso; un attimo, e Thanatos eleva il suo stendardo nero!

Tutto ciò come si ripete melanconicamente! come la legge delle cose domina, e non riuscirai no, a sterilizzarla, Pasqualino!

Vedi, quando io mi affisso nei miei bambini,