Pagina:La sicilia nella divina commedia.djvu/26

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22 A. Mazzoleni


Limitandoci al nostro argomento1, vedasi con quanta esattezza egli determina la forma e la posizione del Mediterrano (Par. IX, 82 sgg.): tra i discordanti liti che chiudono questa maggior valle emerge dalle acque la Cicilia, la bella Trinacria, l’isola del foco, della quale abbiamo già trovati designati nella D. C. i due capi di Pachino e di Peloro. Quest’ultimo è nominato anche nel verso, in cui Dante vuol denotare la catena dell’Apennino (Purg. XIV, 32):

«l’alpestre monte, ond’è tronco Peloro»,
ove si ha un bel noto accenno alla tradizione2, non ismentita dalla geologia3, che un tempo la Sicilia fosse congiunta all’Italia, e che le Madonie (Nebrodes) fossero una continuazione dell’Apennino calabrese, dal quale si sarebbe staccato in forza di fenomeni tellurici il capo di Peloro o del Faro nell’estremità della Sicilia di fronte alla Calabria.

Un altro fenomeno assai noto dello stretto di Messina l’incontriamo nei versi (Inf. VII, 22):

«  Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa»;
qui il poeta spiega in modo naturale quel vortice pericoloso scritto dagli antichi poeti4, che si trova tra Scilla e Cariddi, e prodotto dalla cosidetta reuma, cioè dalle correnti sottomarine dell’Ionio e del Tirreno incontrantisi in quel punto5.
  1. Di esso si occuparono J. A. Ampère, Il viaggio in Italia di Teodoro Hell sulle orme di Dante, vers., Venezia, 1841; A. Covino, Descrizione geografica dell’Italia ad illustrazione della D. C., con una carta speciale. Asti, 1865; C. Cantù, L’Europa nel secolo di Dante (in Dante e il suo secolo, Firenze, 1865, vol. I, pp. 1-20); C. Loria, L’Italia nella D. C., Firenze, 1872, e Teresa Gambinossi, I luoghi d’Italia rammentati nella D. C., con pref. di R. Fornaciari, Firenze, 1893, fig.
  2. Cfr. Ecl. II, 46 e 73; Virgilio, En. III, 414-419 e Lucano, Fars. II, 437 sg.
  3. Cfr. Antonio Stoppani, Corso di Geologia, Milano, 1874. vol. III, pp. 308-309; il fatto geologico si vorrebbe riconoscere anche nella etimologia, a dir vero cervellotica, di Reggio di Calabria, secondo la quale deriverebbe dal verbo ρηγνυμι, rompere.
  4. Omero, Od. XII, 104 sgg.; Virgilio, En. III, 420 e Ovidio, Met. VII, 63.
  5. «Il fenomeno — nota a proposito il Vigo, in Riv. sicula, II, 495, nota 4 —