Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1842, I.djvu/150

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socrate. 119

XVI. Diceva, un demone predirgli le cose future. — Che, bene incominciare non era poco, ma vicino al poco. — Ch’e’ nulla sapeva, tranne che ciò stesso sapeva. — E che, chi compera a caro prezzo le cose fuor di stagione, dispera, diceva, di poter giugnere alle loro stagioni. — Richiesto una volta quale fosse la virtù del giovine, il nulla di troppo, rispose. — Era solito ripetere, che si doveva sapere di geometria quanto ad uom basta per dare e ricevere a misura la terra. — Essendosi da Euripide nell’Auge detto sul conto della virtù;

     Che ottim’era lasciare arditamente
     Queste cose dimesse.

Alzatosi uscì sclamando: Essere ridicolo, che quando non si ritrova uno schiavo si stimi convenevole il cercarlo, la virtù poi così si lasci perire. — Interrogato qual dei due fosse meglio: ammogliarsi o no! Rispose: Che che tu faccia di ciò avrai a pentirti. — Diceva, meravigliarsi che coloro che facevano le immagini marmoree procacciando che il marmo fosse somigliantissimo, per se non avevano cura di non comparire simili al sasso. — Anche stimava convenevole che i giovani si specchiassero frequentemente, affinchè se fossero belli, ne divenissero degni, se brutti colla educazione coprissero la diformità. — Invitati a cena alcuni ricchi, ed arrossendone la Santippe: Sta di buon animo, disse, che se saranno misurati, potranno stare a mensa con noi, se indiscreti non ce ne daremo pensiero. — Diceva, gli altri uomini vivere per mangiare,