Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1842, I.djvu/180

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aristippo. 149

non è paragonabile però a quello ch’e’ possede. — Toglievano poi di mezzo anco i sensi, non recando esatte nozioni, e tutto che appariva ragionevole, facevano. — Dicevano doversi perdonare; perchè non si pecca volontariamente, ma spinti da qualche passione; e non odiare, ma piuttosto altrimenti educare. — Il savio non dover poi così sovrabbondare nella elezione dei beni, come nella fuga dei mali; ponendo per fine il vivere nè faticosamente, nè dolorosamente: il che certo accade a coloro che sono indifferenti per le cose produttrici dei piaceri.

X. Annicerii. — Gli Annicerii, nel resto a uno stesso modo con questi. Ma lasciano nella vita l’amicizia e la gratitudine e il rispetto verso i genitori e l’oprare qualche cosa per la patria. Ond’è che sebbene per questo il sapiente riceve molestie e poco diletto ei ne ritrae, tuttavolta vive felice. — La felicità dell’amico, affermano, non essere per sè stessa desiderabile; poichè il senso non la dimostra agli altri, e la ragione non basta perchè ci fidiamo e ci facciamo superiori dell’opinione di molti. — Essere mestieri assuefarci all’ottimo per la prava disposizione cresciuta da tempo con noi. E l’amico non pe’ vantaggi doversi solo accogliere, mancando i quali si abbia a trascurare; ma eziandio per l’innata benevolenza, in grazia della quale perfino si sostengono gli affanni. E sebbene pongano il piacere per fine; e si affliggano se sono privi di esso, nonostante, spontaneamente, per amor dell’amico, ciò comportano.

XI. Teodorei. — Que’ che si chiamano Teodorei