Pagina:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu/105

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RIME

Che per biasmo del torto
Avrebbe a lei et a me fatto onore!
Tanta vergogna porto
20Della mia vita che testè non more,
Ch’è peggio del dolore
Nel qual d’amar la gente disconforto;
Chè una cosa è l’Amore e la Ventura,
Che soverchian natura,
25L’un per usanza e laltra per sua forza;
Sì ch’io vo’ per men male
Morir contro alla voglia naturale.
     Questa mia voglia fera
È tanto forte, che spesse fïate
30Per l’altrui potestate
Darìa al mio cor la morte più leggiera:
Ma, lasso!, per pietate
Dell’anima mia trista, che non pêra
E torni a Dio qual’era,
35Ella non muor, ma vive in gravitate;
Ancor ch’io non mi creda già potere
Finalmente tenere
Che a ciò per soverchianza non mi mova
Misericordia nova:
40Ma avrà forse mercede
Allor di me il signor che questo vede.
     Canzon mia, tu starai dunque qui meco
A ciò ch’io pianga teco:
Ch’io non so dove tu ti possa andare,
45Ch’appo lo mio penare
Ciaschedun altro ha gioia:
Non vo’ che vadi altrui facendo noia.


(Ragguagliata e migliorata su l’edizion giuntina e su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrife di Dante.)




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