Pagina:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu/201

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


     Però vedete omai quanto s’aquista
Studiando l’alta fantasia profonda,
144Della qual Dante fu comico artista:
     Vedete come ’l suo dir si profonda
Nel bene universal per nostro esemplo,
147Acciò che ’n noi il mal voler confonda.
     Mettete l’affezione a tal contemplo,
Non vi smarrite per lo mal cammino
150Che vi distoglie dallo eterno templo;
     Nel quale ei fu smarrito pellegrino,
Finchè dal ciel non gli fu dato aita,
153La qual gli venne per voler divino,
     Nel mezzo del cammin di nostra vita.


(Dalle antiche stampe della Divina Commedia, e fu confrontato alla lezione che ne dette G. Manzi nel volume V del Dante della Minerva, 1822.)




II


Questi sono i versi della morte, compilati e fatti da messere Jacopo, e secondo altri da messere Piero, figliuoli di Dante poeta fiorentino.

 
     Io son la Morte, principessa grande,
Che la superbia umana in basso pono:
3Per tutto ’l mondo ’l mio nome si spande.
     Trema la terra tutta nel mio suono:
Gli re e gran maestri in piccol’ora
6Per lo mio sguardo caggion del suo trono.
     La forza giovenil non vi dimora,
Che subito non vada in sepoltura
9Fra tanti vermi, che così ’l divora.
     Soldato, che ti vale tua armadura,
Che la mia falce non ti sbatta in terra,
12Perchè non facci la partenza dura?
     Che n’arai poi di questa tua guerra,
Se non tormenti guai e gran tristezza?
15E forse mancherai a mezza serra.