Pagina:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu/209

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

RIME

Sia, dopo questo, dolce o vagli amaro;
Chè, ciò che disporrai,
30Pur lo dolce disio non mi torrai,
     Col quale io spero divenir felice:
Che tu pur ti avvedrai,
Quando che sia, del torto che mi fai.


(Dalla raccolta di Rime antiche di diversi toscani, che il Corbinelli fe seguitare alla Bella Mano di Giusto de’ Conti; Parigi, Patisson, 1595.)




II


     Non si potrìa compiutamente dire
Quant’è la tua bellezza; nè tu ’l sai:
Poï che tu non vedi quanto vai
4Più bella ad ogni passo divenire:
     Sannol coloro a cui doppia ’l disire
Ad ogni volger d’occhio che tu fai:
E non porrìa chi non ti vide mai
8Imaginar quel che se’, per udire:
     Chè mai Ovidio od altri non descrisse
Valor di donna tanto affigurata,
11Che tu non passi ciò che se ne disse.
     O purità, o bellezza incarnata!
Chi l’occhio tuo innamorato aprisse,
14Solo tra noi aria vita beata.




III


     L’alta bellezza tua è tanto nova!
Chi subito ti vede isprende tutto:
Ciascun altro piacer si fa distrutto,
4Ch’a lato al tuo di sè vogli far prova


— 203 —