Pagina:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu/246

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FAZIO DEGLI UBERTI

Dove la tua virtù raggia e balena,
Ride un piacer che a pena
Si puote imaginar quanto è adorno.
I’ penso ben, quando mi giro intorno25
Per veder lei ch’i’ cerco, di Medusa
Che trasformava i corpi umani in sasso.
Or qui dhe poss’io, lasso?
La sua beltà e ’l tuo poter mi scusa
E la virtù del ciel che a ciò mi tira;30
Che, sì come si gira
L’ago alla calamita per natura,
Mi giro e volgo ov’è la sua figura.
     Io guardo alcuna volta dentro al sole,
Imaginando di voler vedere35
Là dove ha più potere
O in lui o nel bel volto ch’io ragiono.
Poi tanto vinto e soperchiato sono
Da quella in cui s’avviva il mio piacere,
Che del folle volere40
Rido fra me, com’uom d’altrui far suole;
E dico — E’ son parole
Che cosa che si veggia l’assomigli,
Se non come Erigon face Attalante. —
Or, s’io muto sembiante45
Per mirar lei di sotto a’ suo’ bei cigli,
Come Atteon per riguardar Dïana
Nella chiara fontana,
Meraviglia non è nè parer dee;
Perch’ella è sola il sol dell’altre dee.55
     Dico tra’ pensier miei ad ora ad ora
— O Giove mio, quanto fosti felice.
Quando, come si dice.
Rapisti Europa e conducesti altrove!
Deh perchè non fai me, come te, bove!55
Ch’i’ potessi rubar questa fenice,
Ch’è proprio la radice
Della mia vita e della morte ancora. —
Dopo sì bel pensier vien l’altro allora.
Sì come Paris diede il pomo d’oro60
A colei che gli fè grazia d’Elèna:


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