Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/379

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capitolo decimonono. 371

suoi eccitamenti il bel visino dell’Aquilina, se la prendeva fra le braccia, e la copriva di carezze e di baci. Erano più che due sorelle. La Pisana la amava tanto, che io ne ingelosiva; se l’Aquilina la chiamava, certo ch’ella si stoglieva da me e correva da lei, capace anco di farmi il muso s’io osava trattenerla. Che cosa fosse questa nuova stranezza io non lo capiva allora; ma forse ci vidi entro in seguito, per quanto si può veder chiaro in un temperamento così misterioso e confuso come quello della Pisana.

Dopo alcuni mesi di questa vita semplice, laboriosa, tranquilla, gli affari della famiglia di Fratta mi richiamarono a Venezia. Si trattava di ottenere dal conte Rinaldo la facoltà di alienare alcune valli infruttifere affatto verso Caorle, le quali erano richieste da un ricco signore di quelle parti che tentava una vasta bonificazione. Ma il conte, tanto trascurato ed andante per solito, si mostrava molto restio a quella vendita, e non voleva accondiscendere per quanto evidenti fossero i vantaggi che gliene doveano derivare. Egli era di quegli animi indolenti e fantastici che svampavano in sogni, in progetti, ogni loro attività; e appoggiano le loro speranze ai castelli in aria, per esimersi appunto di fabbricare in terra qualche cosa di sodo. Nella futura coltivazione di quelle fondure paludose egli sognava il ristoro della sua famiglia, e non voleva per oro al mondo frodare la propria immaginazione di quel larghissimo campo d’esercizio. Arrivato a Venezia trovai le cose mutate d’assai.

Le straordinarie giubilazioni per l’aggregazione al regno italico aveano dato luogo mano a mano ad un criterio più riposato del bene che ne proveniva al paese. Francia pesava addosso come qualunque altra dominazione; forse le forme erano meno assolute, ma la sostanza rimaneva la stessa. Leggi, volontà, movimento, tutto veniva da Parigi, come oggidì i cappellini e le mantiglie delle si-