Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/421

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capitolo ventesimo. 413

magnanimità ma scomparve l’ultima lusinga di ottenere qualche elemosina da quella banda. Quanto al credito colla Porta, non se ne parlava nemmeno, allora che Spiro le avea rotto guerra co’ suoi compatrioti. Rimaneva di rivolgersi a Cordovado; ma colà voleva la delicatezza che fossimo più bugiardi per nascondere, che sinceri per descrivere i nostri bisogni. L’Aquilina e Bruto si sarebbero cavati il sangue dalle vene per aiutar noi; ma per impedir appunto la rovina di loro e de’ miei figli avevamo preso l’usanza di non raccontar loro altro che buona venture. Così della nostra estrema strettezza e della mia cecità sapevano nulla; e per coonestare l’assenza della Pisana e il mio carattere tanto infame quanto può esserlo quello d’un cieco che si sforza di scrivere, dava loro ad intender che io era occupatissimo, ed ella occupata molto utilmente presso una grande famiglia in qualità di aja, nè premurosa di tornare perchè sapeva essere più di peso che di vantaggio al marito, dopo l’assistenza prestatagli dalla Clara.

Intanto ella studiava tutti i mezzi per trarre qualche utile dal proprio lavoro; e sebbene sulle prime non avesse voluto stabilirsi nell’istessa casa con me, col crescer poi dell’infermità e del bisogno vi si era indotta. Vivevamo come fratelli, immemori affatto di quel tempo nel quale vincoli più soavi ci stringevano; e se io sbadatamente lo richiamava, tosto era sollecita la Pisana o a volger la cosa in burla o a stornar il discorso.

Pur troppo ogni nostra lusinga era susseguita, si può dire, d’un disinganno. La Pisana con prodigiosa prestezza aveva imparato l’inglese, e lo parlava abbastanza correttamente; ma le aspettate lezioni non venivano punto, e per brigare ch’ella facesse non aveva trovato che i figliuoli di qualche gramo mercantuccio, cui insegnare l’italiano o il francese. Cercò allora aiutarsi col lavoro dei merli, nei quali le donzelle veneziane erano al tempo andato maestre; ma ben-