Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/423

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capitolo ventesimo. 415

dalla stanza se non la domenica per passeggiare un poco a braccio della Pisana. Costei si affaticava sempre oltre ogni misura, per quanto volesse darmi ad intendere il contrario; e sovente stava assente le intiere mattine, a volerle credere, per darsi bel tempo o per correre da casa a casa alle numerose lezioni che diceva avere. In fatto io mi figurava che avesse preso lavoro in qualche negozio; nè mi sarei mai immaginato quello che scopersi in seguito.

— Pisana, — le domandava talvolta — per cosa oggi che è domenica, non ti metti il vestito di seta? (lo conosceva al fruscìo).

Mi rispondeva di averlo dato ad accomodare; io sapeva che se n’era privata per far denaro, e me lo avea confessato una vicina che l’aveva ajutata a smerciarlo.

Un altro giorno era lo sciallo che le mancava; e me ne accorgeva, perchè, essendo freddo, la sentiva battere i denti. Mi assicurava di averlo indosso e mi facea palpare una lana ch’ella diceva essere lo sciallo. Ma io conosceva per antica pratica il molle tessuto di quel cascemire, e non m’ingannava col mettermi in mano una pellegrina di merinos o di signorea. Lo sciallo avea fatto l’egual viaggio del vestito di seta. Alle volte mi consolava di esser cieco per non soffrire lo spettacolo di tante miserie, dimenticando che quella disgrazia ne era certo la prima cagione. Poco stante mi disperava conoscendomi tanto impotente da dover essere debitore del vitto alla pietà miracolosa d’una donna.

L’Aquilina, in onta alle nostre proteste di agiatezza, mandava quanto più denaro poteva; ma erano gocce d’acqua, in un gran vaso pieno di bisogni. Ancora, ella scriveva che metteva qualche cosa da parte ogni giorno per venirmi a trovare, e che molto si era adoperata a Venezia per ottenermi la grazia di rimpatriare. Io crollava la testa, perchè omai la speranza mi era uscita affatto dal cuore: ma la