Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/583

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capitolo ventesimoterzo. 575

Rio Janeiro, marzo 1850.

Qui almeno siamo in America. Si fiuta ancora l’Europa qua e là, ma l’Europa meridionale di Lisbona, non la nordica di Londra. L’ingegner Claudio Martelli è un uomo severo, abbronzato dal sole e a quanto dicono, onesto e intraprendente: all’udire il mio nome, egli diè un guizzo di sorpresa, domandò se fossi parente di quel Carlo Altoviti che avea preso parte alle rivoluzioni di Napoli del novantanove e del ventuno. Saputo che era suo figlio, si sciolse dalla rigidezza per gettarmi le braccia al collo, e allora sperai che il suo cuore non fosse tutto matematico; imperocchè a dirla schietta io ho dei matematici l’egual paura che dei mercanti. Guai se mi metton al gran cimento d’una regola del tre! Mi perderebbero la stima.

Egli mi domandò se mio padre m’avesse mai parlato di lui, ed io gli risposi che sì; perchè infatti mi risovvenne allora come un barlume di qualche storia narratami nel quale figurava il nome di Martelli, ma io per disgrazia ho badato sempre poco alle parole di mio padre, e memoria precisa non me n’era rimasta. Mi significò allora che da poco aveva ricevuto lettere di suo fratello, il quale sarebbe venuto in America e dimorava allora a Genova con mia sorella e mio cognato: profferendomisi poi in quanto mi poteva abbisognare, giacchè si professava debitore a mio padre di grandi beneficii e ringraziava il cielo di poterglisi mostrar grato nell’aiutare i figliuoli. Seppi allora da lui quello che già sospettava, cioè che il dottor Ciampoli, privato dalla rivoluzione di ogni suo avere e già allo stremo di danaro, cercava in America un mezzo da accumulare alle spiccie una piccola fortuna, e a ridursi poi a viver d’essa o a Genova o a Nizza, o in qualche altra città